2^Conferenza
16 Novembre 2006
Conferenza Prof. Pasquale Porro
sul tema:
“Felicità e grazia in Agostino”

Il tema svolto dal relatore è stato il frutto di uno studio personale sull’argomento, circostanza apparsa subito all’evidenza per il taglio originalissimo del tema trattato, e per gli esiti recepiti in maniera diversificata dall’uditorio competente ed attento.
Il relatore ha preso le mosse dall’opera di Agostino “De beata vita” per precisare subito che il pensiero del filosofo di Tagaste non appare del tutto unitario sul punto, essendo stato oggetto di ripensamenti nel corso dell’intera sua vita, atteso pure che l’opera era stata scritta in età giovanile. Ma già in essa traspare la differenziazione fra il modo di intendere la felicità per la tradizione filosofica antica, e per quella moderna contrassegnata dal messaggio evangelico. Sia per la filosofia tradizionale, che per il cristianesimo c’è una maniera comune di intendere la felicità, cioè come astinenza dai bisogni, tenuto conto che il bisogno nasce dal desiderio di ciò che non si possiede, e perciò il rimedio per il conseguimento della felicità risiede nel rinunciare a tale desiderio, ed anche a tutto ciò che contribuisce a far nascere il bisogno. Agostino poi smentirà nelle “Retractationes” la prima soluzione data al problema, introducendo una diversa concezione della felicità, che non dovrà prescindere dall’aspetto soteriologico, attinente cioè alla salvezza del singolo uomo, poiché non c’è felicità per l’uomo che è soggetto alla sofferenza ed alla morte, ma c’è invece per l’uomo salvato nella vita ultraterrena. Il corpo mortale rappresenta quindi un ostacolo al suo raggiungimento, in quanto è solo con il corpo glorioso che potrà essere raggiunta la piena felicità, che consiste nella trasformazione dell’uomo nuovo, fatto ad immagine di Cristo. Lo sviluppo del pensiero di Agostino contenuto nelle opere la “Città di Dio”, il “De Trinitate” ed anche le “Confessioni”, trova le punte di massimo interesse del problema della felicità allorché individua nel peccato originale la scaturigine del male nell’uomo, a causa del quale è condannato alla pena eterna, a meno che questi non risponda alla “chiamata” alla conversione, alla quale provvede poi la “grazia” concessa e riservata ai “salvati” ad un numero ristretto di “eletti”.
Qui sembra tornare a galla un problema che in prima battuta era apparso risolto da Agostino, nel senso che mentre la filosofia tradizionale avrebbe limitato a poche persone l’accesso alla sapienza, e perciò alla felicità, riservandola quindi ai filosofi, invece la fede inculcata dalla “auctoritas”, avrebbe invece esteso a tutto il popolo la possibilità della salvezza, e perciò della felicità. Agostino sembra poi fare un passo indietro rispetto al passato, affrontando il tema della grazia ed della predestinazione. Se Dio, pur lasciando tutti gli uomini arbitri del loro agire in piena libertà, ad alcuni assegna la sua misericordia e ad altri no, salvandone alcuni e perdendo altri, pone in essere la problematica sul come ciò sia possibile, pur dovendo poi ammettere che essendo Dio Sommo Bene, non può volere il male, né tantomeno essere all’origine del male. Dinanzi a problemi così irrisolubili, Agostino si rifugia spesso nell’ovvia considerazione che ciò che appare nascosto all’uomo, che è creatura, non lo è per Dio, per cui è nella natura delle cose che non tutto può ridursi alla portata conoscitiva dell’uomo, dal momento che quando si parla di Dio, per aperta ammissione dello stesso Agostino, il pensiero è più vero della parola, e la realtà è più vera del pensiero.
Agostino condivide le parole del salmo “Principio di sapienza è il timor di Dio”, ed anche che “la certezza della fede è principio di conoscenza”, per cui la soluzione dei problemi dell’uomo e della sua felicità, sta in Dio stesso, che è il premio per gli eletti.
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